(1) Questo modo di dire suoi riferirsi alla statua di marmo di S. Alipio, posta sopra una colonna nella cappelletta all'angolo destro della facciata della chiesa di S. Marco, dov'è anche una campana con orologio detto di S. Alipio.
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(2) II Goldoni ci spiega essere stata questa Ciara "una pazza,, nota a Venezia, che soleva strillare per le strade.
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(3) È il "popone vernino,, una delle tante varietà del "cucumis melo,, non è a confondersi il mellone col popone. Il melon è il popone: frutto notissimo del genere dei cocomeri ("melopepo o cucumis mele,,); ma il mellone propriamente detto o popone d'Egitto co' suoi frutti fatti a fuso, di color verde pallido, e zenza spicchi, simile al popone, più scipito, corrisponde al "cucumis chate,, o "cucumis flexnopes,, o "melangolo,, ed è quasi scomparso; resta però nella voce italiana: "melonaggine,,, che vale: scipitezza, grossezza d'ingegno." Però alcuni lo usano, e lo accetta il Fantani, come sinonimo di popone.
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(4) Non è la pianta citata dal Goldoni "il bacicio,, della Toscana e d'altre terre d'Italia; è invece il "critumum maritimum,,; in Germania i suoi semi si tostano col caffè e sono chiamati mandorle di terra.
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(5) V'è somiglianza di forma tra il baicolo posce e il baicolo biscottino veneziano: per cui è evidente che (come osserva A. Ninni nelle sue giunte e correzioni al vocabolario veneziano) che l'uno abbia preso il nome dall'altro.
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(6) Le bale d'oroi gettate nell'urna detta volgarmente cappello, insieme con altre, bianche, secondo il metodo delle elezioni nel Maggior Consiglio della Repubblica Veneta, estratte che fossero, davano all'estraente il privilegio di nominare alle cariche.
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(7) Relativamente a tale denominazione, Orlando Orlandini ufficiale del nostro Archivio di Stato, in una sua breve ma pregevole monografia sulle "origini delle denominazioni stradali veneziane,, discute l'ipotesi del Galliccioli e del Tassini, solo ammettendo come accettabile quella del Galliccioli, per cui la denominazione Barbaria alla via sita in parrochia Ss. Giov. e Paolo trae origine dall'arte del barbiere esercitata con un certo numero di botteghe in quelle località.
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(8) Secondo un'affermazione del Galliccioli, riportata dal Tassini nelle "Curiosità veneziane,, baro anticamente era parola usata per indicare un terreno paludoso ed incolto. Senza fondamento è l'ipotesi che si volesse invece indicare una località frequentata da bari o barattieri.
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(9) La denominazione di biri risulterebbe dallo stroncamento di labarinto, secondochè scrive Giovanni Orlandini in un suo opuscolo per nozze, non dal canale Biria o Birra che scorreva anticamente, secondo il Caroldo, nella sopraindicata località.
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(10) Il Galliccioli ricordando la frase veneziana "teqnir uno a loco e foco, cioè in alloggio e por il vitto, crede che in alcune case della località "borgo loco,, a S. Lorenzo, si tenesse a pension e La spiegazione può accettarsi.
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(11) Bragora. Convince, nel caso nostro, più di altre, la derivaz. dal gr. bragos = stagno, palude, appunto perchè si indicherebbe il terreno limaccioso in cui sarebbe stata edificata la chiesa di S. Giovanni che diede il nome a quella contrada, coll'aggiunta: in Bragora) -- secondo altri deriverebbe da bragolo == marcato, da cui bragagner (v. bragagnar). Altri fanno derivare la parola dall'orientale bragal che indicherebbe due uomini o due eroi, in commemorazione dei Dioscuri cui erano anticamente sacre le due isole gemelle, in una delle quali è situata la chiesa di S. Gio. Battista (in gemino o in bragora). V. Fabio Mutinelli - Del commercio dei veneziani.
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(12) Brocolo è specialmente il tallo della rapa che sta per fiorire e il grumolo del caorlo, mentre nel dialetto si chiama così l'intera pianta del cavolo; ("brassica botrytis cimosa,,).
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(13) L'italiano brozza significa invece: bollicella pruriginosa che nasce in varie parti del corpo e si usa più che altro in plurale; in detto significato corrisponde al veneziano brufolo.
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(14) Codesto modo di dire che risale all'età goldoniana è compreso, tra altri, in gran parte caduti in disuso, raccolti dallo stesso Goldoni "a spiegazion de certe parole veneziane che no fusse capie in ogni logo,, in un così detto "vocabolario di Carlo Goldoni, citato ed esaminato in uno de' suoi cento studi dialettali dal Dr. Cesare Musatti (Ateneo Veneto, Gennaio-Febbraio 1906 - Tipografia Pelizzato - Venezia.
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(15) Marco Caco, conosciuto - scrive il Musatti - in un testamento del 1348, era il citato? o non piuttosto si dovrebbe crederlo Marco Cocano (storpiato nel cognome) che sarebbe un veneziano segnalatosi per valore nel 1254 nella guerra tra Venezia e Padova?
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(16) Il rame provvedevasi dal Magistrato delle Miniere.
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(17) Alquanto diverso dal primo significato (calumar - pag. 22) del dialetto è quello italiano in gran parte corrispondente al termine tecnico marinaresco.
Infatti "calumare,, in italiano significa: "allentare o fai correre da un luogo ad un altro un cavo, una rete, una barca, a poco, a poco e non rapidamente (Fanfani); e, come termine marinaresco, significa: "mollare, allentare,, ed anche "far scorrere la gomena o qualunque altra fune in mare, calandola a poco, a poco,, (Piquè - Dizionario di marina) -- Ma indica altresì "l'abbassarsi della tenda, quando si manda qualche morto alla sepoltura o nel passar l'"ave maria,, per esso, quando si abbassa passando (sic) qualche personaggio vicino alla galera mentre si saluta (Borghini Vocabolario di marina).
Però calumarsi secondo le spiegazioni del Piquè significherebbe pure: "lasciarsi scorrere dall'alto in basso lungo una fune, tenendovisi aggrappato colle mani e coi piedi, affine di moderare la velocità della caduta,,. - Il calumarse del nostro dialetto, inteso figuratamente, si avvicinerebbe non poco al senso dato dal Piquè, perchè denoterebbe appunto il seguire avvedutamente una persona con qualche fine interessato. Non è superfluo il soggiungere che il "calumo,, è: la quantità o lunghezza di una gomena o d'altra fune, uscita da bordo,, quindi: "il calumo d'una catena è il tratto di questa gomena compreso tra l'ancora e l'occhio di prua,,.
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(18) La "Compagnia della Calza,, era una brigata di patrizii gozzoviglianti istituita al principio del secolo XV. -- Sussistette numerosissima per oltre duecento anni; per distintivo od insegna; i soci intervenendo a feste e specialmente a nozze, dovevano portare, della metà della coscia destra al piede, una calza tessuta d'oro, d'argento, a vari colori, guernita di perle o di gioie.
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(19) È un personaggio (tipo di semplicione) della Commedia di Carlo Goldoni "La bona mare,,.
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(20) Sarebbe un modo scherzoso qualunque di unire insieme, per richiamo di nome, queste parole che ricordano Can Grande della Scala (morto nel 1329) uno dei signori di Verona, i quali furono nemici dei Veneziani.
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(21) Chiamato dai Toscani "tubo o staio,,: raffrontato dal popolo a canna smozzicata di camino a vapore (donde il nome): fu impropriamente chiamato nel 1848 "cappello alla Metternich,, che, come tale, si attirò fischi ed "abbasso,, della folla. -- Così scrive C. Musatti nella Rivista dell'Ateneo Veneto.
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(22) Anche per l'origine di questa voce l'ultima parola è data dallo studioso Giovanni Orlandini, il quale, consultato l'Archivio dei Savj, ne dedusse che Cannaregio deriva dalle canne che allignarono nella punta estrema del Sestiere al quale fu dato codesta denominazione.
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(23) Col nomignolo scherzoso di canocia col coval si distinguevano dal popolo i capi del Consiglio dei dieci perchè, sopra la veste o toga violacea, portavano la stola rossa.
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(24) Quantunque il dialetto veneziano manchi di quasi tutti i vocaboli che esprimono i singoli canti degli uccelli, tuttavia, a scopo didattico (e con ciò intendo di far cosa particolarmenfce utile agli studenti), sotto la voce comune cantar riunisco, per rendere più facile e pronto l'uso nella lingua italiana, quelle voci speciali che non si trovano sistematicamente raccolte nei vocabolari, nè s'incontrano, come esempi di onomatupeia, in nessuno dei tanti trattati di stilistica.
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(25) I cavoli, sono coltivati da oltre 4000 anni in ambienti e climi diversi ed a diversi scopi; ne derivarono per ibridazione e per selezione tipi differentissimi.
Teofrásto 300 anni avanti Cristo già distingue i cappucci, le verze ed i cavoli verdi od a foglie isolate. Columella, un po' più tardi, celebra quelli della Campania ed esalta, i broccoli di Cuma, e Plinio ne ricorda otto varietà tra cui il Pompeianum ed il Ciprianum.
Poco apprezzati dai greci, tutti i cavoli furono ricercati ed apprezzatissimi dai Romani. Presso i popoli Sannitici ed Ernici ebbero estesa, accurata coltura e largo commercio; nella antica ribelle Aricia specializzaronsi i cavolfiori; attorno all'Urbe imperiale crebbero, splendidi di bellezza, cappucci e verze. Cavoli navoni, cavolfiori, cavoli broccoli, cavoli rapa, a palla ed a getti, lisci e crespi, ormai si coltivano quasi dovunque, sempre ricercatissimi da cuochi e da massaie.
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(26) Scrive il Tassini nelle Curiosità Veneziane che si chiamavan chiovere alcuni vasti tratti di terreno, dove, dopo la tintura asciugavansi i pannilani. Tali luoghi - scrive il Galliccioli - servivano anticamente ai pascoli ed erano chiusi all'intorno. Perciò negli antichi documenti si denominano "clauderiæ,, da cui chiovere. Senonchè altri, con maggior verità, fanno derivare la voce chiovere, dai chiovi o chiodi, attaccati agli assi sopra i quali stiravansi i panni. -- Le chiovere si prestavano talvolta al giuoco del pallone ed alle caccie dei tori, fra le quali era celebre quella che davasi nelle chiovere di Cannaregio, ricca di cento tori.
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(27) A. Ninni nelle "Correzioni e giunte al Dizionario veneziano,, (Venezia - Tip. Longhi 1890) dimostra essere errata la definizione del Boerio che il cospeton sia l'arringa senza uova e senza latte-conciata in salamoia; e la corregge nel modo indicato alla voce cospeton pag. 35 di questo volume.
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(28) II modo di dire deriva dall'erronea credenza che i tre stendardi rappresentino Cipro, Candia e Morea; altri pensano che si tratti di un giuoco di parole per somiglianza a incandio.
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(29) II primo fondaco o deposito di farina fu eretto a cura della Repubblica veneta nel 1178 a Venezia, altri furono poi aperti nei vari sestieri: principalmente a tal uso il Senato nel secolo 13° assegnò un edificio a Rialto ai tedeschi dei quali si conserva il nome, e nel 1600 altro edificio (già sede del Museo Civico), assegnò ai turchi dai quali pure si serba il nome.
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(30) Denominazioni di alcuni rami di cale a Rialto ed a S. Giacomo
dall'Orio. Vedi nota seguente, relativa a galion.
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(31) Come galeazza, anche galion indicava rami di calle a S. Giacomo
dall'Orio: si crede che in quelle località o nelle loro vicinanze si
costruissero navi - meno accettabile è l'ipotesi del Tassini che si
volesse con quelle denominazioni indicare una vasta unione di ca-
sacce agglomerate quasi a somiglianza di grosse navi.
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(32) Significato consimile a garanghelo ha - come osserva il Musatti
(nell'Archivio Veneto Nuova serie N. 49, Ed. Ferrari) - la pa-
rola regoleta, ora caduta in disuso, ma adoperata dal Goldoni nelle
Barufe Ciozote: far le regolete significherebbe "banchettare di
quando in quando, moderatamente ma lietamente, cogli amici,,.
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(33) "Campo dele Gate,, (così denominato anche oggi dal popolo) non
è che una storpiatura di Campo dei delegati e cioè dei nunzi
pontifici che dal 1450 al 1560 abitarono in quei paraggi. Fra quei
messi furono ricordati Nicolò Franco e Mons. Giovanni Della Ca-
sa. Nella vicina calle dei furlani abitò per un certo tempo Dia-
mante Spaty madre di Ugo Foscolo.
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(34) Varie sono le ipotesi sull'origine di: "Giuffa,, aggiunte alle due
Rughe di S. Maria Formosa e di S. Apollonia; la più ammissi-
bile sembra però quella che, mentre distingue ruga (fr. rue -- b.
lat. ruga e rua, in un docum. del sec. IX) da gagiuffa, voce an-
teriore a giuffa, ricorda come sin dalla fine del 1200 i gaiuffos,
spagn. gallófo == mendico, lat. galli offa, tozzo del gallo, vale a
dire l'elemosina che si dava nei monasteri ai francesi che anda-
vano in pellegrinaggio a S. Giacomo di Gallizia. Di simili pitoc-
chi erano molto probabilmente recapito le due località di Venezia
sopraccennate.
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(35) Presso gli antichi veneziani il dire, d'un tale, l'è grego, equivaleva a dichiararlo uomo doppio, fallace, che ha due lingue, tanto che si ripeteva: chi crede a grego, no ga 'l servelo intrego (greca fides, nulla fides - timeo Danaos et dona ferentes dei latini).
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(36) Tuttora il popolo Veneziano usa di questo vocabolo quando vuole indicare una determinata quantità di tabacco o di alcune specie di ciambelle o di sardelle o d'altri pesci, quantità corrispondenti alla decima parte dell'oncia metrica, la quale era la parte dodicesima della libbra.
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(37) F. D'Ovidio, a pagina 45 del volume: Le correzioni ai Promessi Sposi e la questione della lingua, nota fra i lombardismi usati dal Manzoni nella 1ª edizione del suo romanzo la frase seguente: "Chi è latino di bocca, per lo più è anche latino di mano (XV),, e osserva nella nota 2):
2) "Ora: Chi è di lingua sciolta, per il solito è anche lesto di mano. Certamente latino in tal senso non è molto comune in italiano, come è comunissimo invece in milanese; tuttavia al Manzoni dov'è qui pesare il rimuoverlo, sì perchè venne a sciupare la simmetria, e sì perchè il modo per la sua stessa aria d'insolito e di strano riusciva curioso e comico, in bocca a quell'oste,,.
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(38) Esiste a S. Marco qualche strada ed a San Luca una corte denominata lavezera perchè, furono abitate da lavezeri; vive tuttora una nobile famiglia Lavezzari.
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(39) E la lista di strada attigua alle procuratie in piazza S. Marco più propriamente la lista di selciato per la quale andavano su e giù le maschere (Musatti, Rivista Ateneo Veneto) - Quanto al liston di San Stefano leggasi quanto ne scrive il Tassini nelle sue Curiosità Veneziane.
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(40) L'espressione: S. Marco per forza si riferisce, come vogliono taluni, alla nota leggenda del Barbarossa umiliato alla porta maggiore della nostra basilica da Papa Alessandro III.
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(41) Esser fra Scilla e Cariddi - fra l'uscio e il mare tra due pericoli.
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(42) La festa delle Marie facevasi in Venezia annualmente e traeva origine dal ratto delle spose veneziane fatto da pirati triestini intorno all'anno 944 sotto il Doge Pietro Candiano II, di cui tratta Giustina Renier Michiel nell'Origine delle feste veneziane, vol. I.
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(43) Si alludo alla scultura murata nel 1841 sulla casa presso il Sottoportico del Cappello ove abitava Giustina o Lucia Ross' che il 15 giugno 1310 lasciò cadere da una finestra della casa suaccennata un mortaio sulla testa del vessillifero dei congiurati di Boemondo o Baiamente Tiepolo, causando a quel porta-bandiera la morte.
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(44) Manca nella lingua italiana il termine o modo adatto ad esprimere codesto passatempo infantile, comune a tutti i paesi, che i Toscani chiamamo "fare i confetti di grano turco,,.
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(45) I Nicoloti formarono per un certo tempo una fazione che fu rivale di quella dei Castelani, e tale si mantenne fino al finire della Repubblica. Le due parti venivano alle mani per dare pubblico spettacolo, specialmente dal Ponte dei Pugni a S. Barnaba. I Nicoloti eran per lo più poveri pescatori che abitarono l'isola di S. Nicolò dei Mendicanti, i Castelani abitavano invece l'isola di Olivolo (S. Pietro di Castello).
Le cosi dette "guerre dei pugni,, ebbero origine nel 1292: e col procedere del tempo si fecero da Settembre a Natale, sopra ponti senza parapetto, per cui molti pugilatori, pesti e malconci, cadevano nell'acqua. (Vedi descriz. nel Galliccioli e nel Molmenti).
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(46) II Marin nella Storia civile e politica del commercio dei Veneziani ci fa sapere che Ormesini venivano denominati certi drappi provenienti in origine da Ormus o Ormuz, città della Persia; prosperarono parecchie fabbriche a Firenze ed a Venezia; di detti drappi, o, meglio, d'una delle località in cui si fabbricavano, è ricordo nella calle, ponte e fondamenta detta appunto degli Ormesini a S. Marziale.
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(47) Vari sono i pareri circa l'origine del nome di pantaloni attribuito ai Veneziani; li espone e li discute il Prof. Antonio Pilot nella "Gazzetta di Venezia,, 31 dicembre 1915, N. 361, senza poter venire ad una conclusione, tanto sono strane e contradditorie le diverse etimologie della parola.
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(48) Moneta di rame austriaca del valore di dieci soldi veneti ricordata fino a non molti anni fa dai vecchi veneziani i quali non inventarono tale vocabolo, avendolo essi certamente appreso da qualche scritto o notizia relativa ad una moneta d'argento del valore di cinquanta soldi veneti usata in Fiandra nel secolo 17° e da essi denominata patagon (provenzale patacus o paturus).
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(49) Al veneziano peata corrisponde l'italiano piatta: ma al veneziano peater non corrisponde l'italiano piattaio che significa invece chi vende piatti: ciò è tanto più notevole perchè esistono piattaia -- specie di rastrelliere dove si tengono i piatti a scolare dopo rigovernati; e piattaiuolo, chi ristoppa le navi. -- Devesi dunque tradurre il peater coll'italiano "chiattaiuolo,, ancorchè questa parola indichi li conduttore della chiatta, navicella più piccola della piatta e che serve, per lo più, a tragittare da una riva all'altra dei canali le persone e poche cose.
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(50) Al "pulcino o gallinetta,, che noi diciamo pepola non corrisponde l'italiano peppola (od altra parola consimile) che indica invece l'uccello silvano di passo, con becco grosso, di color bianco macchiato di nero che vive nei paesi settentrionali, ben poco noto perchè si potesse scorgerne una certa somiglianza al pulcino.
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(51) L'edificio delle Procuratie nuove fu ordinato nel 1584: si estende dirimpetto all'altro, per primo fabbricato allo stesso scopo detto: Procuratie vecchie, edificato poco dopo il 1365.
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(52) Razze è qui usato in luogo ei "rascie,, panni di lana grossolana forse introdotti nel 1700 da Rascia o Rassia, in Serbia, dove sorge ora Novi Bazar: di codesti panni facevano commercio gli Schiavoni, specialmente per ricoprire i felzi della gondola. -- Oggi si chiamano rassie anche i drappi mortuari che servono a parare le chiese.
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(53) È questo il nome d'uno dei tre ricchi fratelli Rioba, detti impropriamente Mori, i quali sarebbero venuti dalla Morea a Venezia, dove avrebbero, con altri fabbricato un palazzo alla Madonna dell'Orto. Il popolo per tradizione, fondata o no, donomina Sior Antonio Rioba una delle tre statue incastonate nel muro esterno di un antico corpo di fabbriche posto fra il Rio della Senza e quello della Madonna dell'Orto.
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(54) Le prime strade, secondo le cronache, lastricate a Venezia (salizae) furono quelle di S. Marco nel 1226; quelle odierne selciate a matoni de piera viva sarebbero state precedute dal salizo de tavole de tera cota, a cortelo o a tagio, di cui sono quasi scomparsi gli ultimi avanzi perfino da certe calli o corti remote.
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(55) Non è, osserva A. Ninni, la "clupea sprattus,, come dice il Boerio nel suo dizionario veneziano, ma la "clypea pilchardus o clupea sardina,,.
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(56) Così chiamavansi specialmente quei numerosissimi pasticcieri che fabbricavano e vendevano ciambelle fatte con zucchero, farina e burro somiglianti alle azzimelle pasquali degli ebrei, a forma di scalette a piuoli. Ma si vendevano e si vendono tuttora, impresse a scacchi od a forma di scalette, le cialde che avvolgono o separano gli strati rettangolari di mandorlato bianco. Gli scaleteri si raccoglievano periodicamente nella chiesa e sotto la protezione di San Fantino.
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(57) Fino dagli ultimi tempi della repubblica si dà alle stampe, a capo d'anno, un almanacco o lunario con poesie vernacole e facete del nostro dialetto. Stampavasi ogni anno a Treviso dall'autore Giovanni Pozzobon o dopo la sua morte fu continuato da Giovanni Bada, successivamente da altri. Era denominato così perchè in fronte portava un ritratto mal eseguito di dottore con parrucca scarmigliata.
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(58) Non è lo scomber colius, (come afferma il Boerio nel Dizionario veneziano) che è il nostro lanzardo, ma lo scomber - scomber di Linneo. (A. Ninni - Giunte e correz. al vocab. ven. del Boerio).
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(59) Il Galliccioli ritiene che seríola derivasse, etimologicamente, da serraglio o luogo serrato; infatti, a guisa di una grande cava o gora, essa formava un serbatoio d'acque derivate dal Brenta, le quali, incanalate con argini di fronte a Lizza-Fusina, scendevano a provvedere di acqua potabile la città di Venezia. Si accenna a detta costruzione idraulica in una proposta dei Giustizieri in data 7 Ottobre 1318 e in un Decreto del 27 Aprile 1540. I lavori e l'opera di conservazione e custodia costarono milioni di ducati alla Repubblica Veneta.
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(60) Smara, una strega, un incubo femmina di cui parla il compianto Avv.º Bastanzi di Vittorio Veneto nel suo volume "Le superstizioni delle Alpi Veneto,, (Treviso, Zoppelli 1888).
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(61) Spadaria -- si registra nel vocabolario italiano "spadaro,, non "spadaria,, -- Gli spadai a Venezia si eressero in Corpo nel 1297, avevano scuola di devozione e tomba nella chiesa di S. Francesco della Vignar.
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(62) Una casa, eretta sulla estremità della fondamenta della Misericordia verso la laguna, esiste ancora dal 1600 a perpetuare una leggenda di spiriti demoniaci i quali di tanto in tanto urlano da quelle mura; altri attribuiscono all'eco, la causa di quei rumori. Certo è che detta casa continua ad essere disabitata ed è guardata con isgomento dalle donnette superstiziose.
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(63) Antica è: l'origine degli squeri che un tempo, si dicevano, italianamente: squadri: uno dei principali dell'antica Venezia occupò quel tratto di terreno su cui si stende il giardino reale e dove si fabbricavano le principali galere della Repubblica.
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(64) Mi piace di ricordare come questo modo di dire tutto veneziano, trasmessoci per tradizione attraverso i secoli, corrisponda ad un'antichissima realtà storica. Difatti le cazze, feste veneziane di cui si trovano ricordi fino dal 900, miti imitazioni delle corride spagnuole di tori, che procedevano come semplici giuochi affatto innocui a chiunque, finivano colla recisione del collo del bue o toro fatta dai beccai, ala prima bota, nella piazza di S. Marco o nei campi più vasti, nella ricorrenza dell'Ascensione o di feste occasionali. Di rado ai tori si univa qualche orso. Intorno a questo argomento tratta il D.r Aristide Tomiolo in una sua monografia importantissima, edita dalle officine grafiche Ferrari di Venezia.
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(65) Dedico alle operose massaie questa classificazione e spiegazione dei varii tagli della carne di bue e di vitello per categorie, nei principali termini usati a Venezia; essa appare per la prima volta e mi pare non inutile, tanto più se desterà la curiosità di conoscere più praticamente di quel che consente il presente capitolo la divisione e suddivisione dei vari tagli.
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(66) Codeste vocabolo adoperato nei dizionari veneziani non corrisponderebbe esattamente come in quelli si vorrebbe all'italiano "smaltatore» perchè detto vocabolo indica l'artefice che lavora di smalto in oreficeria: e siccome nella nostra lingua non esiste un vocabolo più adatto (non potendosi ricorrere a "pavimentante,, participio di pavimentare), conviene inventare la parola "terrazzaio,, o accontentarsi del "fabbricatore o costruttore di terrazzi,, (ossia pavimenti fatti con pezzetti di marmo, detti molto specificatamente, terrazzi alla veneziana.
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(67) II nome di questo Santo, protettore di Venezia, la cui statua, come tutti sanno sorge su una delle due colonne della Piazzetta, fu dato altresì alla Confraternita o Scuola grande fondata contemporaneamente alla Chiesa di S. Salvatore, vicino a questa e soppressa nel 1815.
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(68) Chiesa dei Tolentini chiamasi quella cui era annesso il Monastero dei Chierici regolari Teatini dell'Ordine di S. Gustavo, rifugiatosi a Venezia in conseguenza del saccheggio patito in Roma per opera di Carlo V. Essa fu eretta su disegno dell'architetto Scamozzi nel 1602.
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(69) La tonda, così chiamata, per la sua forma sferoidale, era uno scialetto o grembiule per lo più somigliante allo zendà di tela fina, legato al di dietro, alla cintola e rimboccato sul capo che ne rimaneva coperto. -- Conviene distinguere anche la meza tonda usata dalle donne del volgo e specialmente dalle Chioggiotte; era detta anche bocassina dalla tela bombagina o lina (bocassinus), o meglio dalla tela mista di bombagia ond'era fatta.
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(70) Sior Tonin, come narrano il Pullè ed altri, era popolare a Venezia, come il Pasquino a Roma, per la sua originalità: le più vecchie donne del nostro popolo ricordano ch'egli teneva molti anelli infilati nelle dita e sospeso sul berretto un campanella; dava consigli e vendeva pietre ritenute preziose: non cambiava mai il vestito e tollerava con sangue freddo i dileggi e le provocazioni dei monelli.
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(71) Si riferisce all'esecuzione della sentenza fra le due colonne della piazzetta dove lo sguardo del condannato veniva rivolto all'orologio.
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(72) Si conserva tuttora nel mezzo del campo di S. Margherita l'edificio eretto nel 1275 a loro scuola dai varoteri (pellicciai) e da essi dedicato alla Visitazione di M. V.; ora serve ad usi privati.
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(73) Lo zendà o zendado, provenz.: zendals sendatz; greco: sindon - lat.: sendadum, o cendatum -- drappo leggero di seta nera che formava (specialmente quando usato di mattina) quasi un abito delle donne nobili e delle non nobili ma civili di Venezia; alla sua parte superiore, nel senso della lunghezza s'aggiungeva una striscia della medesima stoffa abbellita nei contorni da una garza trasparente, detta, per antonomasia: zendaleto; s'appuntava con garbo sul capo per coprirlo, o, secondo i momenti, scoprirlo con grazia civettuola; scendeva adattandosi ai lombi e finiva in due capi svolazzanti. -- Usavasi anche la zendalina, tessuto di tela finissima a guisa di zendà, che non passava di larghezza una spanna, dicevasi zendaleto anche la donna stessa che n'era ricoperta.
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(74) Era titolare della Chiesa che sorgeva nella Piazza dirimpetto alla Chiesa di S. Marco verso il campanile e che fu demolita nel 1807 per dar luogo alla continuazione del palazzo reale.
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(75) Dal nome della famiglia Jubanico o Giudenico che nel 900 ne sarebbe stata la fondatrice, detta chiesa fu denominata anche di S. Maria Zobenigo.
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(76) Quest'isola appartenente al Sestiere di Dorsoduro, chiamata anticamente, dalla sua forma a spina di pesce, Spinale o Spinalonga, ebbe poi il nome che conserva molto probabilmente dai molti giudei o ebrei che in gran numero vi abitavano anticamente.
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